Libere opinioni

di Miro Dragan


L'aforisma attribuito a W. Benjamin è erroneo.
Nel 1931 Walter Benjamin pubblica nella rivista berlinese Die Literarische Welt un saggio dal titolo Piccola storia della fotografia che si conclude riportando e commentando una frase del pittore e fotografo ungherese, attivo a Berlino, Laszlo Moholy-Nagy: “Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro”.
L’artista proclama l’avvento della società della visione e dei suoi nuovi linguaggi; Benjamin commenta causticamente: “Ma un fotografo che non sa leggere le proprie immagini non è forse meno di un analfabeta?” riportando l’indice dell’attenzione sulla capacità di comprendere i contenuti.
Tutto questo è contenuto nell’edizione italiana (Einaudi ed. 1966/ 91/ 2000), W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove Benjamin, senza riportare il nome di Moholy-Nagy, scrive:
“Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia - è stato detto - sarà l’analfabeta del futuro” ed aggiunge: ”Ma un fotografo che non sa leggere le proprie immagini non è forse meno di un analfabeta? La didascalia non diventerà per caso uno degli elementi essenziali dell’immagine?”.
Ogni commento sulla superficialità con cui quasi tutti coloro che si occupano di fotografia in rete in Italia, abbiano attribuito la frase di Moholy-Nagy al filosofo tedesco sarebbe vano se non fosse che, fra i tanti, troviamo purtroppo anche numerose Scuole di “cultura fotografica”, corsi, workshop, premiati festival di fotografia, etc.
Una superficialità, per non dir peggio, sintomatica della condizione della fotografia italiana dove poche riviste di basso livello solleticano le voglie di fotoamatori involuti, dove pseudo critici e galleristi interessati alimentano il mercato con immagini banali ma rigorosamente in grande formato.

Così cantieri in costruzione sono fotografati zolla per zolla, cani volpini ripresi dietro la cancellata di casa, per renderci edotti dell’opera di devastazione dell’uomo, tutto rigorosamente col banco ottico, ci mancherebbe..., impiegato anche da altri dall’aereo per fotografare le città, con, pensate, le zone cementificate a fuoco ed il verde sfuocato, o viceversa, per far sembrare il mondo un grande modellino; altri ancora e sempre col banco, strumento indispensabile, pare, per produrre ”arte”, fotografano le spiagge e le piazze proclamando “…perché fra cinquant’anni non saranno più così…” e bloccano lo sviluppo colore per provocare uno straniamento dell’immagine che fa esclamare ohh allo spettatore, ma il concetto rimane da cartolina: saluti dal mare..!


Presunti maestri creano una carriera con composizioni Polaroid, cosa che pittori come David Hockney avevano già sperimentato e con ben più costrutto alla fine degli anni 70, per non parlare di quelli e ce ne sono tanti, che riportano in stampa la banda verticale del negativo 35mm tra una foto e l’altra, o cercano con la panoramica elementi strutturali che facciano lo stesso effetto fra un’immagine e l’altra, qualunque immagine, purché faccia effetto.

Conta l’Effetto perché per i contenuti è necessario pensare prima, servono capacità riflessive che si maturano con l’interesse, lo studio, e ciò costa fatica.

Pseudo critici sproloquiano sul “concettuale”, viceversa come ci ricorda Claudio Marra, docente D.A.M.S., in un suo testo, una macchia di ruggine non ha alcunchè di concettuale, rimane un processo ossidativo; ed Ernst H. Gombrich scrive: “La lettura di un’immagine è di una desolante facilità e ci urta… Ce ne sentiamo insultati…”.

Questa fotografia italiana sta all’arte fotografica come i film di bassa lega stanno alla cinematografia dei vari Kubrick, Fellini, Forman etc.: come i primi fa girare denaro ma di mercato si tratta, non di arte, di mercato rionale.

Per fortuna, rimanendo volutamente all’Italia e dimenticando per un attimo la grandezza degli attuali Nachtwey, Salgado, Luc Delahaye e i tanti che li hanno preceduti, ci possiamo consolare con le immagini dei bravi fotografi italiani come Berengo-Gardin, Mario De Biasi, E. Ciol, Ferdinando Scianna, e la nouvelle vague del poetico e reporter Paolo Pelligrin, Campigotto, Zizola...


Se accettiamo l’idea che per non essere una cartolina l’immagine debba suggerire qualcosa di diverso oltre a ciò che effettivamente mostra, allora comprendiamo che il fotografo adempie ad un compito che si è prefisso, esprime la realtà come interpretazione d’idee personali, non riprende quel che vede ma quel che sa e che vuole condividere, mettendo insieme similitudini, analogie, contrasti, simboli, metafore visive, che ci rappresentano ed interpretano il nostro tempo.

Così un’immagine, nello spettatore attento e in grado di recepire, ne evoca mille altre insieme a riflessioni, ricordi ed emozioni.

Credo che questo debba essere fotografare ed invoco la clemenza della corte per questa mia animosa filippica riportando una frase di Roland Barthes: “ … la foto… mi anima: e questo è appunto ciò che fa ogni avventura.”

 

Miro Dragan

 

 

 

 

 

Prendo atto della sua articolata e documentata precisazione a riguardo di una frase che quasi tutti, come Lei stesso riconosce, attribuivano a Walter Benjamin. Ho corretto l’errore.

Un'attenta verifica dell'esattezza delle fonti è sempre auspicabile quando, ad esempio, si scrive un trattato sulla storia della fotografia. Non é invece possibile verificare ogni cosa quando una frase viene riportata sul sito di un modestissimo fotoamatore che, come me, si occupa di fotografia per puro diletto.

 
Massimo Vespignani

L a ringrazio per la risposta, non avrei dovuto essere scortese. Il tutto è dovuto all’essermi imbattuto, sul web, in corbellerie varie spacciate per arte fotografica, in siti che facevano bella mostra dell’aforisma attribuito a Walter Benjamin; la sua pagina è entrata nella campionatura presa a caso fra coloro che riportavano la frase in questione.

Credo che fra le diverse categorie di “fotografia”, ciascuna a suo modo, assolva a funzioni specifiche; si pensi al valore di una semplice istantanea di famiglia per l’immigrato che, cambiando paese, ha tutto quello che gli resta racchiuso in una foto di famiglia, od alla drammatica importanza che assume un’istantanea quando può servire a ritrovare un bambino in un campo profughi tra migliaia di persone, o più semplicemente, al piacere personale di un trekking, in solitudine, alla ricerca d’immagini di panorami naturali, o, per dirla con la Arendt a proposito di Benjamin:

”…E’ a lui, passante senza meta tra la folla delle metropoli… che le cose si rivelano nel loro significato segreto… e solo il flaneur che passeggia oziosamente riceve il messaggio”, dove a flaneur potremmo sostituire fotografo.

La questione diventa ampia e diversa quando entra in gioco la capacità di “leggere le proprie immagini” da parte dell’autore, e precedentemente, l’attitudine a pensare, se l’intenzione è quella di realizzare immagini espressive.

In fotografia come in tutto il campo dell’arte, lo spettatore che voglia cercare di comprendere dovrebbe, io credo, conoscere la personalità, la formazione,il periodo storico ed il contesto culturale dell’autore ed attingere alla maturità delle proprie emozioni, al proprio livello culturale.

A proposito di espressione e comunicazione mi sembra indicato citare il prof. Colin Cherry: “I segnali non ci portano le informazioni come un vagone merci delle ferrovie ci porta il carbone. Meglio sarebbe dire: i segnali contengono informazioni in virtù della loro capacità selettiva. I segnali agiscono sulle alterne possibilità che costituiscono il dubbio di chi li riceve, … essi ci permettono di attuare una selezione a ragion veduta.”

 

La saluto cordialmente.

 

Miro Dragan

 

 

 

P.S.  Dimenticavo: ho visitato il suo sito, mi dispiace che abbia abbandonato la sua Leica e la pellicola (alla quale io rimango legato), anche perché lei è tutt’altro che “un modestissimo fotoamatore”, soprattutto nei panorami naturali o urbani e nell’uso del colore.