Libere opinioni

di Gabriele Zannini


Ho apprezzato e condivido i suoi giudizi critici sui test ai quali vengono sottoposti gli obiettivi fotografici. Ritengo che la qualità di un obiettivo non possa essere espressa da un insieme di grafici e tabelle. Eppure, nella scelta di un obiettivo fotografico, si continua a dare grandissima importanza ai test di laboratorio e al “voto” assegnato per indicare il grado di nitidezza. Le discussioni tra fotografi vertono sempre ed esclusivamente su quest’argomento. Ma è davvero un aspetto così importante o invece è sopravvalutato?

Le pagine web e le riviste specializzate in recensioni sono colme di grafici e misurazioni la cui utilità pratica mi sfugge totalmente. Spesso gli obiettivi vengono testati in condizioni estreme, anziché normali, per giungere a conclusioni più che ovvie o facilmente prevedibili come, ad esempio, l’insorgenza di riflessi parassiti più o meno evidenti quando il sole è compreso nell’inquadratura. Si giunge addirittura a certificare che l’obiettivo sottoposto a test dà il meglio di sé a valori medi di diaframma.

Bella scoperta!

Non può sfuggire il fatto che in molti test viene spesso utilizzato come campione un muro di mattoni, oppure una pagina stampata, oppure ancora mire ottiche con disegni geometrici a trama fine. È difficile capire quale utilità possa avere un test basato su un soggetto piano quando invece, nella realtà quotidiana, i soggetti fotografati saranno principalmente tridimensionali e collocati su piani diversi.

 

Oggi sono molto nitidi anche gli obiettivi economici prodotti con lenti di plastica e dunque non vedo le ragioni di fissarsi in misurazioni della nitidezza. C’è anche da dire che per eseguire un test bisogna collocare un sensore dietro l’obiettivo.

Massimo Vespignani
Drunk test

Misurare le caratteristiche di un’ottica senza precisare il tipo di sensore è come testare pneumatici di automobili senza precisare su quale fondo stradale si è svolta la prova. I test eseguiti con simili criteri non spiegano nulla. Da un test, inoltre, si ricavano misurazioni specifiche del solo esemplare testato. È risaputo che i violini sono tutti diversi l’uno dall’altro. Lo sono anche gli obiettivi. Non esistono due esemplari gemelli. Ciò nonostante molti fotografi prendono questi test per oro colato e la loro attenzione è sempre concentrata sulla nitidezza.

Massimo Vespignani

Se guardiamo le fotografie che, soprattutto all’estero, vengono messe in vendita dai galleristi, noteremo che le più ricercate sono fotografie poco nitide o volutamente poco nitide e con vistose cadute di luce e di nitidezza ai bordi. Se guardiamo le immagini del bravissimo fotografo italiano Paolo Pellegrin, reporter di fama mondiale, noteremo che nei suoi scatti la nitidezza è assente e la vignettatura evidentissima. Eppure, che foto meravigliose! Ma possiamo prendere in considerazione anche quelle fotografie che ogni anno vincono i più importanti concorsi internazionali per renderci conto che non sono state premiate per la loro nitidezza.

 

 

Gabriele Zannini


Il sommo Ansel Adams ha sempre espresso la sua netta contrarietà a giudicare un obiettivo in base alla sola incisività. Adams sosteneva che ogni buon obiettivo è costruito per dare il meglio di sé al suo diaframma più aperto e che, chiudendo il diaframma, aumenta solo la profondità di campo. Non sono completamente d’accordo su quest’affermazione, ma suppongo che Adams intendesse dire che la scelta di un diaframma anziché un altro non si traduce in fotografie migliori o peggiori.

Queste cose Adams le diceva nel 1930, quando gli schemi ottici erano disegnati con calcoli matematici approssimativi. Se la nitidezza era già buona e soddisfacente in quegli anni, non vedo il motivo di preoccuparcene oggi visto che gli schemi e quant’altro sono calcolati con l’ausilio del computer. Oggigiorno non esiste in commercio un solo obiettivo che possa essere giudicato poco nitido e dunque mi paiono irrazionali le discussioni sulla nitidezza alle quali ancora assistiamo. Qualche tempo fa, mio malgrado, assistetti casualmente a uno scambio di opinioni su un obiettivo, durante il quale Tizio sosteneva che quell’ottica era più incisa al diaframma 5,6, mentre Caio sosteneva che era più incisa al diaframma 8. Poco ci mancò che la discussione degenerasse. Inutile dire che i due contendenti rimasero fermi nelle loro convinzioni e che le fotografie scattate alle due diverse aperture a me parevano identiche.

 

Non è la sola nitidezza a rendere buono un obiettivo e dunque non bisognerebbe darle tutta quell’importanza che gli specialisti dei test le attribuiscono.

Niente code di paglia, però! Alzi la mano chi non ha mai consultato un test prima di acquistare un nuovo obiettivo. In queste circostanze la consultazione del test è più che giustificata, a condizione che ci si limiti a una lettura sommaria delle caratteristiche e non ad una morbosa analisi di ogni minuzia o, peggio, all’analisi del crop ricavato dall’angolo più estremo dell’inquadratura. Un modo siffatto di consultare un test porta solo ad una ubriacatura di dati inutili. E infine diciamolo chiaro e tondo: che valore informativo potrà mai avere un test qualitativo eseguito su un solo esemplare?

Non ho la competenza per elencare tutte le caratteristiche che un buon obiettivo dovrebbe avere, ma è fuori discussione che alcune di esse non sono misurabili e rappresentabili sui grafici multicolori ai quali ci hanno abituato gli specialisti dei test e gli strateghi del marketing. Mi limito a citare la caratteristica che apprezzo maggiormente in un obiettivo: la capacità di rendere la tridimensionalità e lo stacco fra i piani. Poi ognuno è libero di dare a questa caratteristica l’importanza che gli pare.

Qualcuno dirà: e come la mettiamo con i valori di vignettatura, flare, distorsione, coma, aberrazione, eccetera? Non mi interessano più di tanto. Lasciamo queste cose a chi si diverte a misurarle e dedichiamoci piuttosto agli aspetti più belli e gratificanti della fotografia amatoriale.

 

 

Massimo Vespignani