Libere opinioni

di Aniceto Antilopi


Mi permetto una considerazione personale: sono andato a vedere il suo sito e sento di dover esprimere la mia totale adesione alle sue considerazioni sulla fotografia. Anch'io fotografo da molti anni e so che cosa si prova a tenere in mano dei pezzi di storia come quelli da lei citati. Fotografo esclusivamente in bianco e nero e sono passato al digitale di recente per effettuare riprese fotografiche a colori destinate ad una pubblicazione, perché non si va contro la storia. Ma per le mie foto continuo anche con FP4 e camera oscura, anche su pellicole piane, perché ogni tanto faccio fare uno scatto anche alla Linhof o a una delle campagnole di fine ottocento. Stampare con un Leitz Focomat è come usare un'opera d'arte. Due cose in particolare mi hanno colpito nel suo testo, le foto "al silicone" e la composizione "ad escludere", concetti che condivido pienamente. Non sono un fotografo professionista, nel senso che non è la fotografia che mi dà da vivere, ma da 35 anni dedico molto alla fotografia perché la fotografia mi dà molto.

Complimenti per le sue foto e per l'eleganza del sito.

 

 

Aniceto Antilopi

Storia della fotografia

 

 

 

 

 

La ringrazio, non tanto per i complimenti al mio modesto sito, quanto perché le sue parole mi hanno fatto fare un balzo indietro nel tempo e rivivere per un attimo emozioni e sensazioni ormai perdute. Oggi, nell'era digitale, nessuna apparecchiatura è in grado di regalare emozioni simili a quelle che si provavano in camera oscura quando, col cuore in gola, ci si accingeva ad aprire la sviluppatrice per controllare il risultato dei nostri scatti.

 

Massimo Vespignani

Massimo Vespignani
(fonte: Wikipedia)
Massimo Vespignani
(fonte: Ishoothorizon)


La lettura dei vari interventi pubblicati sul suo sito mi ha richiamato alla mente un episodio che tempo fa mi venne raccontato da un amico architetto, laureato presso l'Università di Venezia. Durante il corso di studi ebbe modo di seguire un workshop tenuto dal noto fotografo Mario De Biasi, il quale, dopo le lezioni teoriche, faceva eseguire riprese sul campo utilizzando le Kodak usa e getta. Alle rimostranze di uno studente, che disprezzava la pochezza dello strumento, rispose con una frase del tipo: "L'apparecchio te lo potrai comprare, la capacità di vedere la foto no".

L'opinione che sia la macchina a fare il fotografo è abbastanza diffusa, e mentre a nessuno verrebbe in mente di chiedere a un pittore quale tipo o marca di pennelli usa, è comune sentirsi dire davanti a una immagine ben riuscita: "Bella, devi avere una buona macchina". Credo che questo tipo di approccio alla fotografia sia stato e sia ampiamente sfruttato a livello commerciale non solo dalle case costruttrici attraverso i messaggi pubblicitari, ma anche dalle cosiddette riviste specializzate (?) che spesso ne sono più o meno consapevolmente e volutamente i portavoce. Ciò continua ad alimentare, anche in chi fotografa, l'illusione che il possesso di una determinata fotocamera o di un determinato obiettivo fornisca automaticamente anche la capacità di passare dalla produzione di fotocopie alla creazione di fotografie. Il diffondere messaggi nei quali si sostiene che un obiettivo è creativo (?) credo dovrebbe essere perseguito come pubblicità ingannevole o perlomeno bollato per conclamata stupidità, dal momento che uno strumento di per sé non crea un accidente: certamente un ottimo prodotto nelle mani di un fotografo creativo gli consentirà di esprimersi più compiutamente.

 

L'avvento del digitale in questo senso è stato devastante, perché lo strumento, ora più che nel passato, fa tutto da solo. 

Massimo Vespignani
Mario De Biasi (fonte: Exibart)

Riprendere immagini corrette dal punto di vista dell'esposizione o del fuoco è diventato un fatto banale e in più, se proprio sbagli, c'è sempre un photoshop qualsiasi che ti consente di fare, disfare e modificare. Non sono un nostalgico integralista della camera oscura intesa come luminosità e contrasto, ma credo che oltre certi limiti il ritocco esca dal seminato e quella che viene prodotta sia un'immagine, magari anche molto bella graficamente, che però non è più una fotografia.

Ci sono poi le mode, e così vanno per la maggiore le foto mosse, oppure parzialmente fuori fuoco, oppure miste bianco/nero colore. Nel periodo un cui io cominciai a stampare tiravano molto le fotografie in bianco e nero solarizzate, ... non so da quale rivista fossero state lanciate.

 

Ho cominciato con un ricordo e termino con un altro. Una ventina di anni fa ho tenuto dei corsi pomeridiani nelle classi quarta e quinta di un liceo scientifico, su sollecitazione di una insegnante di educazione artistica. All'inizio chiedevo ai ragazzi di fare una foto della loro aula, così come erano capaci, come gli veniva, fornendo loro una reflex 35 mm con l'obiettivo normale, con tempo/diaframma già impostato e senza dare alcuna istruzione. C'era chi fotografava i compagni, chi l'insegnante, chi i cartelloni e così via.

Una volta un ragazzo, che (ho scoperto poi) di fotografia non sapeva nulla, appoggiò la fotocamera per terra e riprese la selva di gambe dei banchi e delle sedie. Certo, se avesse avuto un grandangolo avrebbe potuto far meglio e magari anche se avesse saputo che con un diaframma più chiuso avrebbe fatto aumentare la profondità di campo, ma l'idea c'era, eccome !

Mi sa che De Biasi si riferisse a qualcosa del genere quando parlava di saper "vedere" la foto.

 

 

Aniceto Antilopi

Storia della fotografia