Libere opinioni

di Alessandro Pirovano


Vorrei apportare il mio piccolo contributo alla sua interessante rubrica di libere opinioni sulla fotografia.

Mi trovo in perfetta sintonia con i giudizi espressi, sia da lei che da altri lettori del sito, sull’odierna fotografia digitale, benché mi sembri più corretto indirizzare le critiche non già al digitale inteso come sistema, bensì al modus operandi di tanti moderni e disinvolti fotografi, con particolare riferimento a quelli che non hanno conosciuto e praticato la fotografia analogica.

Pare anche a me che la fotografia digitale, complice la sua estrema facilità di ottenere buoni risultati, abbia totalmente anestetizzato il senso critico ed autocritico di molti fotografi. Salvo rare eccezioni, la gran mole d’immagini che osserviamo qua e là ogni giorno ci mostra un desolante e progressivo impoverimento della fotografia. L’effetto spettacolare è sempre in bella mostra, il contenuto assente. Mi riferisco al settore della fotografia amatoriale ossia a quei fotografi che, con un assurdo termine, si autodefiniscono “evoluti”. Non prendo minimamente in considerazione, com’è giusto che sia, il settore professionale-commerciale nel quale i canoni estetici e le esigenze del mercato consentono ai fotografi una limitata libertà espressiva. I fotoamatori invece, liberi come sono da ogni vincolo commerciale, potrebbero essere gli unici in grado di fare fotografia di alto spessore.

 

Se ci guardiamo attorno, invece, notiamo che molto spesso si scatta senza pensare a ciò che si sta fotografando e quale dovrebbe essere il contenuto e il senso della fotografia che si sta realizzando. Il contenuto è fondamentale. Senza di esso si ottengono solo fotografie venute bene. Una buona foto, invece, illumina lo sguardo e la mente dell’osservatore solo se dimostra di possedere un contenuto, se consente una “lettura” della stessa e se permette di capire il motivo che ha spinto il fotografo a realizzarla. Se lui per primo non aveva ben chiaro fin dall’inizio il messaggio da trasmettere, sarà difficile che poi l’osservatore possa esprimere apprezzamento. Una fotografia priva di questi importanti requisiti evapora in un istante e non rimane.

Oggi si scatta a caso, si guarda subito il risultato nel display e se non soddisfa lo si cancella immediatamente, si ripete lo scatto e di nuovo lo si cancella finché, all’ennesimo tentativo, ci si convince che forse quell’ultimo scatto è quello buono, il meno peggio. Infatti la messa a fuoco è precisa, l’istogramma corretto, la messa in bolla esatta, il diaframma ottimale, la profondità di campo appropriata. Ci s’illude di poter aggiungere il contenuto in post.

 

Bisogna ammettere che il sistema digitale ci ha enormemente semplificato la vita e lo dimostra la percentuale elevatissima di scatti riusciti. Al tempo stesso dobbiamo però capire che non basta ottenere uno scatto tecnicamente perfetto.

Il moderno fotografo digitale, dopo aver verificato la riuscita tecnica dello scatto e costatato l’assenza di contenuto (dato e non concesso che egli si accorga di tale mancanza), si avventura nel successivo salto qualitativo: la spettacolarizzazione dello scatto tramite il software di ritocco. Quest’ultima fase (ultima spiaggia) è una vera e propria droga per molti fotografi. Essi s’illudono che un’abile e complessa manipolazione, finalizzata alla spettacolarizzazione, sopperisca alla mancanza del contenuto. Certe volte, poi, una fotografia che sarebbe stata valida se elaborata con delle leggere correzioni, diventa inguardabile per l’aver troppo calcato la mano in post. Quella fotografia non è diventata più bella. È diventata falsa. E le cose false, si sa, non piacciono un granché.

 

E allora cosa dovrebbero fare gli amatori, noi fotoamatori, svincolati come siamo dalle esigenze del cliente e del mercato, liberi di fotografare quando, come e quel che ci piace? Dovremmo smetterla una buona volta di scattare fotografie che altro non sono che narcisistiche esibizioni tecniche, smetterla di rincoglionirci in pelosi confronti fra attrezzature, smetterla col virtuosismo sterile e fine a sé stesso e dedicarci finalmente a produrre qualcosa di valido e significante.

E che la buona luce ci accompagni.

Complimenti sinceri per le sue fotografie intense e ricche di silenzi parlanti.

 

 

 Alessandro Pirovano

 

 

 

 

 

Mi lasci aggiungere una personalissima opinione su quell’insana abitudine di cancellare uno scatto appena realizzato.

A mio parere una delle cause che ha portato molti fotografi alla mancanza di senso critico e autocritico, risiede anche in un pulsante presente in tutte le fotocamere digitali. Sto parlando del pulsante “Delete”, quello col simbolo del cestino che, appunto, serve a sbarazzarsi di uno scatto insoddisfacente. Questo pulsante è micidiale perché annulla totalmente la possibilità per un fotografo di rivedere in seguito - sul monitor e con calma - tutti gli scatti realizzati, soprattutto quelli sbagliati. L’eliminazione immediata degli scatti non consente poi al fotografo di analizzare criticamente gli errori commessi e questo è sicuramente un aspetto negativo del sistema digitale. Quel poco che ho imparato durante l’era analogica lo devo anche all’esame autocritico dei miei scatti sbagliati, indelebilmente impressionati sul rullino. L’analisi critica di tutti gli scatti consente al fotografo di rendersi conto degli errori commessi, degli scatti sprecati e inutili, delle inquadrature sbagliate, dei soggetti banali e privi di significato. L’apparecchio digitale ci permette invece - a costo zero - di fare 100 scatti dello stesso soggetto, cancellare all’istante i 99 che non soddisfano e tornarcene a casa convinti di aver fatto centro con un solo scatto. Ci si dimentica di averne fatti altri 99 sbagliati.

Un fotografo potrà mai imparare a non commettere più quei 99 sbagli se rinuncia alla possibilità di esaminarli?

Dipendesse da me, imporrei ai produttori di apparecchi digitali di togliere di mezzo quel deleterio pulsante.

 

 

Massimo Vespignani